An Yu, Respirare sott’acqua

 |  | 


L’autrice

An Yu (安於) è nata e cresciuta a Pechino, trascorrendo poi la propria vita adulta tra Londra, New York e Parigi. La sua formazione è avvenuta nell’ambito delle arti figurative (Master in Fine Arts alla New York University), e solo successivamente si è dedicata alla scrittura. Ha scritto tutte le sue opere in lingua inglese. Respirare sott’acqua (titolo originale Braised pork, 2020) è il suo primo romanzo, a cui hanno fatto seguito Musica fantasma (Ghost music,2022) e Sunbirth (2025); i primi due sono stati tradotti in Italia da Martina Codeluppi per Atmosphere Libri. Attualmente vive a Hong Kong, dove insegna scrittura creativa alla City University of Hong Kong.

Il libro

La storia di Respirare sott’acqua prende avvio da un avvenimento drammatico: una mattina Jia Jia, giovane donna della Pechino benestante, entra in bagno e trova il corpo del marito Chen Hang senza vita, riverso a faccia in giù in una vasca piena d’acqua. Nessuna lettera, solo un disegno su un pezzo di carta vicino al lavandino, raffigurante un pesce dalla faccia umana. Da quel momento il libro percorre due linee che sono, fin da subito, in chiara connessione.

In primo luogo il lettore segue la vita emotiva di una giovane vedova che deve improvvisamente ripensare alla propria storia e alla propria condizione: se un tempo Jia Jia aspirava ad una carriera da pittrice, per la quale aveva studiato all’estero, il matrimonio con Chen Hang aveva segnato l’inizio di una progressiva chiusura nell’ambiente domestico e una dipendenza sempre maggiore da un marito distante e freddo. Nei mesi successivi alla morte del marito, Jia Jia deve improvvisamente fare i conti con i costi di un stile di vita che era stato permesso solo dal business fiorente (e corrotto) del marito, e le misure che è costretta a prendere sono altrettante occasioni per ripensare a quello che era diventata la vita con Chen Hang: vendere la propria arte significa, per la prima volta, farla uscire dai confini domestici, e vendere la casa, ormai troppo costosa e grande per le sue nuove condizioni, vuol dire abbandonare lo spazio fisico in cui era trascorso il suo (breve) matrimonio. Nel frattempo Jia Jia si avvicina a Leo, affascinante barista di Pechino su cui in diversi momenti si sposta la narrazione, restituendo uno sguardo esterno sulla protagonista.

Parallelamente alle vicende economiche e sentimentali di Jia Jia, il libro segue le sue incursioni in un mondo al di fuori del nostro: Jia Jia sprofonda ripetutamente, e senza volerlo, in un ambiente acquatico che sembra essere il punto più profondo dell’oceano, dove ci sono solo acqua e oscurità. Lì incontra spesso l’«uomo-pesce» che suo marito aveva disegnato. Tutto il romanzo è percorso dall’interrogativo di cosa sia questa creatura e quale sia il rapporto tra il suo mondo, buio e disabitato, e il nostro. Alcuni, fragili, indizi, portano Jia Jia a ripercorrere un viaggio che suo marito aveva compiuto in Tibet. La seconda parte del libro vede dunque l’ambientazione spostarsi da una Pechino benestante e fredda alle alture tibetane, prima nella capitale Lhasa e poi in un piccolo villaggio. Benché il racconto sia comunque focalizzato sulla ricerca di Jia Jia, che non sembra molto interessata ai luoghi in cui questa ricerca la porta, il contesto tibetano filtra nelle descrizioni dell’ambiente umano e naturale, e nelle brevi scene che coinvolgono i personaggi incontrati dalla protagonista: si intravedono allora campi di qingke, tè al burro, cibo dai sapori forti e una vita contadina pesante e faticosa. Su questo sfondo compare la figura di un anziano che tutti nel villaggio chiamano «il Nonno», che sembra sapere qualcosa sull’«uomo-pesce» ma non è intenzionato a spiegarsi esplicitamente.

Cosa ne pensa il nostro gruppo di lettura?

A molti è piaciuta la resa del «mondo delle acque», al tempo stesso indecifrabile ma dalle chiare connotazioni emotive: qualcuno ci ha letto una sorta di proiezione immaginifica della depressione, a partire soprattutto dal racconto del malessere della madre di Jia Jia. Anche il rapporto con Chen Hang, nella sua crudezza e nelle sue evidenti implicazioni di genere, appare piuttosto vivido. Inoltre, l’ambientazione della prima parte del libro sembra in qualche modo aggiungere un’ulteriore sfumatura all’immagine di Pechino rispetto a quella che se ne trae da letture precedenti del nostro gruppo (Metà acqua, metà fuoco, Il mantello dell’invisibilità, Pechino pieghevole): in Respirare sott’acqua ci viene restituita una parte della città ricca, a tratti occidentalizzata e in un certo senso anonima – nella misura in cui la città non viene attraversata, come nelle altre opere, da una frequente menzione ai suoi più iconici e storici punti di riferimento, facendo emergere invece una Pechino di negozi di grandi brand, nuovi complessi residenziali e bar all’europea.

Più critiche ha invece attirato la seconda parte del libro. Ad alcuni è sembrato che la scelta del Tibet come ambientazione sia stata dettata non tanto da necessità interne della storia, ma piuttosto dall’immagine generica (e decontestualizzata) di un luogo magico/spirituale che questa regione evoca generalmente. Se Martina Codeluppi nella postfazione parla di un «topos letterario» del Tibet come «luogo associato a esperienze soprannaturali», ci si può chiedere quale sia il confine tra topos e stereotipo, e nelle sue descrizioni An Yu non sembra uscire molto dal solco del più semplice immaginario comune.

Nel finale Jia Jia mette insieme finalmente i pezzi della storia che l’ha coinvolta. Ritornata a Pechino, infatti, capisce che il padre le ha nascosto qualcosa, e ne viene fuori il racconto di una storia che lei fino a quel momento ignorava completamente. Il padre e la madre (morta tempo addietro) erano già stati al villaggio prima ancora che Jia Jia nascesse, e lì la madre aveva sperimentato il mondo dell’«uomo-pesce»; da quel momento in poi quel mondo l’aveva trascinata a sé con forza, fino a farle tentare il suicidio, perché quell’acqua, nelle sue parole, la stava «svuotando», prendendo tutto di lei tranne che il corpo. Il finale del libro è dunque vago e, piuttosto che spiegare con precisione cosa sia il «mondo delle acque» e cosa sia successo a Chen Hang, illumina invece una verità familiare scioccante, a partire da cui Jia Jia può finalmente capire una storia che è insieme di sé e di sua madre.

Alcuni hanno apprezzato del finale proprio questa sua vaghezza, che lo rende un passaggio emotivamente densissimo, piuttosto che, più banalmente, un momento risolutore della trama. Altri, invece, sono rimasti più perplessi, non solo per la poca chiarezza, ma soprattutto per la resa narrativa di tutto l’arco della ricerca di Jia Jia e, soprattutto, per il racconto del padre: un momento così decisivo, chiuso in meno di una decina di pagine, sembra un po’ troppo affrettato.

Articoli simili