Moving

MOVING (お引越し)
Regia: Shinji Sōmai (相米 慎二)
Sceneggiatura: Satoshi Okonogi (小此木 聡), Satoko Okudera (奥寺 佐渡子)
Paese: Giappone/ Anno: 1993
Cast principale: Tomoko Tabata (田畑 智子), Kiichi Nakai (中井 貴一), Junko Sakurada (桜田 淳子)
Genere: dramma, coming-of-age
Presentato al 46° Festival di Cannes, Moving – adattamento del romanzo Ohikkoshi (お引越し) di Hiko Tanaka – è uno dei lavori più rappresentativi di Shinji Sōmai, figura centrale del cinema d’autore giapponese tra gli anni Ottanta e Novanta. Il film si inserisce in quel rinnovamento cinematografico che privilegiava storie intime raccontate attraverso lo sguardo dei più giovani.
La protagonista è Renko, una undicenne che vive a Kyoto insieme ai genitori. Quando il padre Kenichi lascia la casa familiare in seguito al divorzio, la bambina comincia a prendere coscienza della frattura che attraversa la propria famiglia. Il film costruisce con grande sensibilità il contrasto tra le due figure genitoriali: il padre appare come un uomo rimasto sospeso in una sorta di adolescenza irrisolta, incapace di affrontare fino in fondo le proprie responsabilità, mentre la madre Nazuna tenta di ristabilire un equilibrio attraverso nuove regole e una maggiore rigidità domestica. Renko, però, non riesce ad
accettare la separazione e reagisce attraverso piccoli gesti di ribellione e negazione: incontra il padre di nascosto, nasconde le carte del divorzio e strappa il foglio con le nuove regole della casa. Anche a scuola viene presa di mira dai compagni, un dettaglio che riflette il forte stigma sociale legato al divorzio nel Giappone dell’epoca.
La seconda parte del film, ambientata durante una festa tradizionale estiva giapponese, introduce una dimensione più astratta e quasi onirica, in netto contrasto con il realismo che domina il resto della pellicola. Attraverso una sequenza sospesa tra realtà e immaginazione, Sōmai accompagna Renko verso una nuova consapevolezza
Nel corso del film la protagonista è costantemente in movimento: corre, osserva, fugge, cerca disperatamente di ricomporre ciò che si sta disgregando intorno a lei. Il titolo assume così un significato che va oltre quello letterale, diventando il simbolo di uno “spostamento” interiore inevitabile.
Ciò che colpisce maggiormente del film è la capacità del regista di catturare qualcosa di estremamente preciso e difficile da descrivere: quel momento in cui l’infanzia comincia lentamente a incrinarsi e il mondo adulto smette improvvisamente di apparire stabile e comprensibile. Il dolore di Renko nasce non soltanto dalla separazione dei genitori, ma soprattutto dalla scoperta della fragilità e dell’incoerenza degli adulti che la circondano.
Il tono del film oscilla continuamente tra leggerezza quotidiana e improvvise fratture emotive, mostrando con grande sensibilità quanto questi due aspetti convivano naturalmente nell’esperienza della crescita.
Ho trovato straordinario il modo in cui Sōmai costruisce queste emozioni attraverso dettagli apparentemente semplici: silenzi, pause, piccoli gesti e movimenti nello spazio riescono spesso a comunicare molto più delle scene apertamente drammatiche. Anche il ritmo lento della narrazione permette gradualmente di entrare nello stato d’animo della protagonista senza mai forzare la componente emotiva. Particolarmente affascinante è anche l’uso della macchina da presa: i lunghi piani-sequenza che seguono la bambina tra corridoi, strade e spazi affollati di Kyoto trasformano il movimento continuo in un’espressione del suo smarrimento interiore. Invece di insistere sui primi piani,
Sōmai spesso lascia Renko quasi perdersi dentro gli spazi che attraversa, circondata da ambienti troppo grandi e da persone che sembrano ignorare completamente il suo disagio. È anche attraverso questa distanza che il film riesce a trasmettere una malinconia sottile e persistente, che resta addosso anche dopo la conclusione. Proprio in questa delicatezza, mai eccessiva o sentimentale, Moving riesce a raccontare con grande autenticità la fine dell’infanzia.
