Typhoon club

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Il film segue la vita di alcuni studenti di una scuola media a Saku, una piccola città nei dintorni di Tokyo. La prima scena è già rivelatrice del tipo di ambiente giovanile attorno a cui ruota la trama: una manciata di ragazzi irrompe di notte nella scuola per tuffarsi nella piscina del campus, e uno di loro – il più gracile e ingenuo – rischia di morire quando alcune ragazze decidono di “giocare” a imprigionarlo con uno dei divisori di corsia della piscina.

I protagonisti di questo film sono, infatti, dei ragazzini disobbedienti che non accettano di seguire alcuna regola e si avventurano al contrario in comportamenti tanto anticonformisti quanto pericolosi. Una lezione di matematica si trasforma in una feroce rissa che il professore non è in grado di contenere; la stessa mattina la giovane Rie, non trovando sua madre in casa, decide di saltare la scuola e passare la giornata a Tokyo con uno sconosciuto molto più grande di lei; Ken, innamorato di Michiko ma non corrisposto, si vendica bruciandole la schiena con l’acido durante una lezione di scienze. La situazione sfugge definitivamente di mano con l’arrivo di un tifone: la scuola viene evacuata, ma per diversi motivi il gruppo dei protagonisti vi rimane intrappolato. In questa situazione i ragazzi perdono definitivamente gli ultimi freni inibitori.

Diverse scelte stilistiche vanno a comporre il tono decisamente anti-romantico con cui questa ribellione è raccontata. Non viene usata nessuna musica, mentre al contrario diversi dialoghi sono disturbati da rumori di fondo apparentemente incongrui. L’inquadratura delle numerose scene girate nella scuola è molto larga e i ragazzi vi si muovono in modo confuso e disarmonico, restituendo con nitidezza impressionante il caos di una classe delle scuole medie. Un dettaglio interessante è il ruolo dei pannelli sottili, tipicamente giapponesi, che suddividono gli spazi interni: questi pannelli non solo permettono dei particolari spostamenti dell’inquadratura, ma sono anche fatti a pezzi in un momento che sembra una parodia (non per questo meno disturbante) della più celebre scena di Shining – mentre lì i colpi di accetta costruivano una tensione crescente, qui la porta viene buttata giù con appena un paio di calci. È uno dei molti momenti in cui la scena, di per sé estremamente drammatica, viene composta da elementi che ne smontano il climax, lasciando lo spettatore inquietato e confuso.

Tutto il film è, infatti, costruito su un continuo spezzamento della tensione: i gesti irresponsabili (e violenti) di questi ragazzi dovrebbero, nelle aspettative più convenzionali, generare conflitti e intrecci drammatici, la cui risoluzione risulterebbe in un momento di crescita; e invece nessuno di questi gesti ha delle vere conseguenze, a ciascun episodio di violenza segue una scena in cui pare quasi che tutto ricominci da zero. Una grande responsabilità sembrano averla, in negativo, gli adulti, la cui assenza è molto significativa: quando appaiono, è solo perché cercano di sfuggire alle proprie responsabilità; il fatto stesso che i ragazzi si trovino da soli a scuola durante un tifone, ad esempio, è conseguenza di una specifica negligenza da parte dei professori. Questa assenza dei “grandi” fa dubitare che quella dei protagonisti possa essere definita veramente come una ribellione. Typhoon club è, insomma, un coming of age in cui qualcosa è andato storto, e in cui i classici meccanismi ed espedienti della crescita sono saltati per aria.

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